Il contrato al falso "Made in" - Regianito, Gorgonzillo, olio "Tuscany" e San Daniel - che da tempo si è trasferito sul web e fa affari d'oro deve diventare una battaglia europea. E l'Italia deve imparare a esportare a esportare il suo know how anticontraffazione a Bruxelles, in termini di coordinamento doganale, controlli, protocolli e sequestri.
"Se un sito cinese con server a Shangai vende merce italiana, francese o tedesca contraffatta, io posso oscurarlo in Italia, manon automaticamente in tutta la UE. Per farlo devo mandare 27 rogatorie internazionali con relative richieste di sequestro ad altrettanti giudici nazionali".
A spiegarlo ieri è stato il Generale Gennaro Vecchione, comandante delle Unità Speciali della Guardia di Finanza, a margine della prima giornata del "Forum Internazionale sulla tutela del cibo vero" in corso al Parco Tecnologico di Lodi. Un evento - si chiude oggi - organizzato dal Ministero delle Politiche agricole, con oltre 150 operatori delle autorità di controllo alimentare di tutto il mondo. Obiettivo, definire una strategia comune contro la contraffazione alimentare da portare all'attenzione dei Paesi durante Expo 2015.
Solo il commercio online dei prodotti agroalimentari italiani vale, oggi, oltre 1 miliardo di euro e le stime sono che quintuplichi nei prossimi 5 anni. L'anno scorso è stata sequestrata merce per un valore di 50 milioni di euro.
Sul fronte, invece, dei più tradizionali blocchi alle frontiere di tutte le nostre polizie, solo l'anno scorso si sono contati 40 mila controlli per 60 milioni di euro di merce sequestrata. E il trend cresce: nei primi 2 mesi del 2015 si sono svolti 15 mila controlli per 13 milioni di euro di merce bloccata.
"Serve un confronto tra le polizie - ha sottolineato Stefano Vaccari (Ispettorato repressione frodi) -. La tutela ex officio dei prodotti Dop e Igp all'interno dell'Unione ha dato buoni risultati". E' la possibilità, per qualunque ufficio doganale UE, quando esistono sospetti fondati, di bloccare la presunta merce falsa, per 3 giorni lavorativi, informando il titolare del marchio.
Ma non vale per i siti di "fake", almeno fino a quando la Commissione non individuerà, per ogni Paese, le autorità preposte a farlo, estendendo all'e - commerce quanto già è legittimo fare alle frontiere comunitarie.
Intanto l'Italia come agisce? " I profili - ha concluso Vecchione - sono due. Quello penale e quello amministrativo. Sul web il penale serve a poco. I server sono tutti all'estero e se un cinese vende falso vino italiano in Argentina le armi sono spuntate. Mentre sul piano amministrativo, in base alla tutela dei consumatori e al contrasto alle pratiche scorrette, riusciamo ad ottenere dall'Antitrust in tempi brevi provvedimenti di oscuramento dei siti.